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L'emigrante, il Passo e Beatrice

Pubblichiamo qui di seguito la prima parte di un bellissimo racconto inviatoci dal nostro lettore e caro amico Domenico Principato. La narrazione coinvolgente, la ricchezza di particolari la realistica descrizione dei luoghi, rende viva questa lettura proiettando nella mente del lettore, come fossero diapositive, i ricordi del Fossato che fu.

Carissimi costruttori del Blog su Montebello con questa prima mail che vi mando spero di essere il più possibile costruttivo per il vostro sito. Giorni fa ho letto un piccolo elogio del “passo di Pudhici” su fossatoionico.it. L’encomio del luogo (che credo sicuramente sia stato scritto dal dott. Santo Aquilino ) intendeva “il passo” come spazio di epifanie e di apparizioni, come muro divisorio tra vita e morte, come materia interstiziale tra sogno e illusione, come allegoria letteraria dell’ultima meta delle nostre vite. Una descrizione romantica e appropriata di un luogo magico, leggendario, che ben si presta alle facezie degli uomini, ai loro piccoli momenti di discussione pomeridiana, alle scurrilità dei giochi fanciulleschi ,e perché no, anche ai corteggiamenti amorosi. All’epifanie del passo e a tutti coloro che stanno al di là del suo muretto dedico questo racconto. Mando, infine,la mia più viva riconoscenza a quei pochi del paese che ancora cercano ricordi e favole come dei piccoli viandanti sul mare di nebbia. Ringrazio infine gli ideatori del Blog stesso qualora valutino opportuna una pubblicazione del medesimo sulle pagine telematiche.

L'emigrante, il Passo e Beatrice (Parte I)

Uscì da casa sua ,partì da Milano in una notte quasi serena d’inverno. Non aveva mai escluso il ritorno ai luoghi paesani,lì,dove tutto era semplice e bello. Era ritornato a Fossato per soddisfare un ultimo desiderio prima della morte:sedersi al “passo di pudhici”, luogo sempiterno di raduno e sfide giovanili, ora, cutorno di una vecchiaia al tramonto. Il giorno si era scolorito già da tempo e la notte si accendeva e viveva di mille suoni. Mise un taccuino in tasca e si avviò nel luogo amato,in quel piccolo incrocio di strade e di vita, dove il vento circola a mò di arena per fiatare il grano e dove il silenzio,a volte,diventa parola serena di spiriti andati perduti. Gli amici di una volta non c’erano più, gli anziani dormivano sotto l’ombra dei cipressi e riposavano le loro vite dentro le urne confortate di pianto,dove, il sonno della morte è men duro. Passò dal “portone”,vide Casa Guarna,odierno immondezzaio dell’incuria ,con i suoi cumuli di cenere e i solai fradici e stavolati. Ricordò e quindi si volse a guardare la vecchia sede del partito comunista, luogo di scontri politici,di zuffe,….era chiusa, maledettamente chiusa! Perfino l’adesivo con lo stemma del partito si era scolorito! La stella sul martello era scomparsa,andata logorata dal sol dell’avvenire che di sicuro non era rosso di colore. Ripensò al crollo del muro visto in televisione anni prima e si disse - “Beh! Infondo i muri cadono anche qui da noi! Si sgretolano sotto la piogge! Se ne vanno col tempo!”- Rammentò le giornate di sole e le notti di inverno. Ricordò Togliatti che parlava da un letto d’ospedale, ferito anche lui, ferito nel corpo e come noi nel petto. Rivide le persone sul piede di guerra. Tempi che furono! Risuonava in testa "l’internazionale", ognuno aveva nel proprio cuore un proprio Marx con un “Capitale” differente da compagno a compagno. Rivide gli eretici del partito e i cani della dottrina. Ritornò con la mente ai tedeschi in fuga,come se rimandasse indietro le scene di in film. Andò più avanti con i passi e diede uno sguardo agli agrumeti di “Pampogna”,più giù vide una nicchia tra le montagne sgambate, era il mare di Sant’Elia! Si perse nei puntini luminose delle lampare e ripensò agli americani,alla cioccolata,alle sigarette che non distribuivano singolarmente bensì col pacco. Tuttavia rimpianse di averli acclamati come liberatori….rivide Piazzale Loreto ed Abu Graib... Tempi che corrono!… Cattivi e tristi momenti ….Mala tempora currunt …tirannia della forza… oligarchia democratica...dittatura del cinquantuno percento … Più avanti vi erano alcune case dei palazzi del potere,tiranneggianti sulle abitazioni più modeste perché temute e protette dalle egida del fascio littorio e gli ritornarono perciò alla mente alcune parole fredde come marmo e ghiaccio- “giovanotto, qui, nella mia proprietà manca una zucchina…non ne sai niente tu?”. L’aveva rubata di notte,tentato fino allo stremo da quei maledetti crampi allo stomaco che levavano il sonno; figli anche loro della fame e della debolezza. Ma se il fine giustifica i mezzi possiamo allora affermare che la necessità libera dal peccato e soprattutto dal reato. Amen e così sia allora! Si sistemò il bavero del cappotto e più avanti gli venne incontro il “mulino a ‘nfoco” e la sua piazzola con la fontana. Non c’erano i vecchi che giocavano alle bbrigghja, che per un centimetro tiravano fuori il rullino da metraggio. Passatempi antichi con antiche regole! Guardò il muro sulla destra della fontana, vi era una falce e martello invecchiata,e sotto,un bollettino di guerra che ogni giorno si lasciava scrivere dagli addetti delle pompe funebri … il rullino da metraggio si era trasformato nella famosa livella di Totò! Ma più che livella era una levigatrice a mano, una sorta di chjanozzo delle umane vite. I comizi tenuti dal prof. Stellittano non c’erano più, la zona rossa era diventata una zolla di aridume desertico spopolata. Rifiutò di rivisitare Urgheri, anima mundi di un tempo che fu e spedito allora proseguì fino al passo!

Fine prima parte

Nelle immagini: Vecchia casa in via Leone Sgrò, Stemma del PCI su un muro di via dei Martiri

La seconda ed ultima parte sarà pubblicata a giorni, dopodichè il racconto sarà disponibile per intero (in formato PDF) nell'area Download.

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postato da Bernardino F.L. Cardenas; alle 11:20 PM,

1 Comments:

At 3:25 PM, Blogger ReggioSud said...

Grazie del suggerimento Fabio
abbiamo già provveduto e risolto il prolema come sostenevi tu.
Ti aspettiamo sul nostro blog.
Grazie ancora
saluti sinceri
Pino Amaddeo

 

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