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L’Ometto Qualunque

Tira una cert’aria furbetta, intorno al dibattito sulla crisi della politica e sul possibile “nuovo 1992”: è vero, anche stavolta c’è un referendum elettorale; anche stavolta i cittadini si sentono sudditi e non ne possono più; la casta degl’intoccabili trova di nuovo mille marchingegni per finanziarsi alle nostre spalle e dalle nostre tasche; la corruzione supera di nuovo i livelli di guardia. Ma stavolta mancano i nomi. Mani Pulite ebbe il merito di rivelare chi rubava, e quanto, e chi no. Checché se ne dica, la responsabilità era ed è personale. Ora però non si fanno nomi. Tutto sporco, tutto sbagliato, tutto da rifare.

Così Bellachioma punta su una Signora Nessuno, tale Brambilla, per la successione. E Monteprezzemolo, per il «nuovo che avanza», punta su quanto di più vecchio sia su piazza: se stesso, simbolo di un capitalismo senza capitali e di un mercato senza mercato. Si fa presto a dire che la politica è in crisi. Poi condannano il senatore Dell’Utri per estorsione in combutta con un boss, e tutti zitti. Poi la Camera continua a trovare il modo di non cacciare Previti, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici da ben 13 mesi, e nessuno dice nulla. Poi la giunta per le elezioni nega ai giudici l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni sull’ ex ministro Matteoli, imputato di favoreggiamento in una brutta storia di abusi all’Elba, e non una parola.

Poi il ministro dell’Interno Giuliano Amato va a predicare la legalità a Palermo nel XV anniversario della strage di Capaci. E uno studente, col candore del bambino che urla «re è nudo», lo interrompe: «In Parlamento siedono 25 indagati. Come fate a combattere la mafia?». In realtà i 25 sono i condannati definitivi. Poi ci sono i parlamentari indagati o imputati o condannati in primo o secondo grado: una settantina. Totale: un centinaio, oltre il 10% degl’inquilini delle Camere. E Amato come risponde? Testuale: «So cos’è la lotta alla mafia, ma tu sembri un piccolo capo populista. Occorre distinguere le condanne: ci sono reati minori». Per la verità in Parlamento (addirittura in commissione antimafia) siedono condannati per omicidio, corruzione, concussione, finanziamento illegale, falso in bilancio, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, lesioni, percosse, incendio, truffa, peculato.

Sarebbero questi i reati minori? Quali sarebbero, eventualmente, i reati maggiori? E, anche ammettendo che siano tutti minori: in quale paese un ministro dell’Interno giustificherebbe la presenza in Parlamento di decine di condannati e imputati perché hanno commesso «solo» reati minori? Il Parlamento è il luogo dove si fanno le leggi: come possono sedervi persone che le leggi le fanno e poi le violano, o le violano mentre le fanno, o le hanno violate prima di farle? Che c’è di populista nel chiedere che questa gente, che già oggi non può far parte dei consigli circoscrizionali, comunali, provinciali e regionali, sia incompatibile anche con la carica di parlamentare, di ministro, di presidente del Consiglio e della Repubblica?

L’altra sera abbiamo appreso da Report che l’ex ministro della Malasanità Francesco De Lorenzo, condannato in via definitiva a oltre 5 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e ad altri reati (minori?), è tornato all’università Federico II di Napoli. Quale materia può insegnare un docente con quel pedigree? Il ministro Nicolais ha varato una legge che prevede nel pubblico impiego l’immediato licenziamento dei condannati a più di 2 anni.

Ma una statistica illustrata dal giudice Davigo e dalla professoressa Mannozzi dimostra che, tra patteggiamenti, riti abbreviati e indulti, i corrotti e corruttori che superano i 2 anni di pena sono l’1,7%. Gli altri restano sotto la soglia, e seguiteranno a infestare la pubblica amministrazione. Senza contare i miracolati dalla prescrizione.

Davigo ha proposto di licenziare semplicemente i condannati, non importa a quale pena; e di costringere il pubblico funzionario imputato a rinunciare alla prescrizione, per essere assolto nel merito: se è innocente, dovrebbe pretenderlo. Se invece arraffa la prescrizione, che è riservata ai colpevoli, andrebbe licenziato comunque. Nicolais ha balbettato: bisogna distinguere tra condanne “lievi” e “pesanti”.

Vuol dire che per servire lo Stato basta tradirlo solo un po’?

Marco Travaglio (da l'Unità del 25 maggio 2007)

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postato da Vladimir Ilic Uianov; alle 12:01 AM,

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