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Con Saviano grande lezione di televisione

Sarà difficile dimenticare le due ore che la serata speciale di "Che tempo che fa" ha dedicato a Roberto Saviano su Rai-tre, ospitandolo in studio per una orazione civica sulla rete connettiva della mafia, sul suo modo di farsi linguaggio in codice, su come viene interpretata e veicolata attraverso la rete dei giornali locali dove i boss vengono identificati con i loro soprannomi di battaglia e un sindacalista ammazzato diventa nei titoli di prima pagina un sindacalista"giustiziato".
Sarà difficile dimenticare la scarna, potente, antiretorica lezione antropologica che Saviano ha fatto sul valore e l'importanza della parola come possibilità di cambiare lo status quo e di vincere l'indifferenza, con emozionante capacità di coinvolgere il pubblico, sia quello presente che quello a casa a giudicare dall'alto numero di contatti ancora più significativo in una prima serata che in genere si ritiene poco adatta a temi impegnativi, scomodi, urticanti.
Lo scrittore, diventato celebre con il best seller "Gomorra", ha ripetuto più volte la sua determinazione nel fare sì che la mafia non venga derubricata come fenomeno sociale, circoscritto a una parte dell'Italia e a un fascio ristretto di popolazione.
E serate come questa, corroborate da una visibilità che il servizio pubblico sa ancora valorizzare quando vuole, servono a far capire che Cosa Nostra non è cosa loro ma è questione che ci riguarda tutti, e che l'impegno per toglierle credibilità, alibi e connivenze passa dalla forza di una comune e vigile consapevolezza.
Doversi misurare con temi di tale spessore ha fatto bene anche a Fabio Fazio, costretto a mettere da parte ogni aspetto lezioso e curiale e a ritrovare una sobrietà di toni in grado da un lato di preparare adeguatamente sotto l'aspetto autorale la serata speciale (ben distribuita nei tempi -interruzioni publicitarie a parte - e arricchita dalla presenza di tre importanti scrittori quali David Grossman, Paul Auster e Suketu Mehta) e capace all'altro di affrontare senza reticenze alcuni nervi scoperti del caso-Saviano: l'accusa di essersi arricchito con le disgrazie di un popolo, di aver fatto della mafia un'ossessione fino a rimanerne vittima, di essersi prestato a diventare un fenomeno mediatico.
Saviano ha risposto ad ogni possibile addebito con la calma dei forti e qualche concetto a suo modo spiazzante ("Si, non c'è niente di male se combattere la mafia diventa un fenomeno mediatico, di moda, ove tutti scopriamo un vantaggio nell'osteggiarla") e non c'era forse modo migliore per ribattere con tanta disarmante efficacia a uno dei più subdoli espedienti che Cosa Nostra adotta per uccidere prima di tutto l'immagine dei suoi nemici, cercando di diffamarli e screditarli.
Serate come uesta riportano la tv ad una centralità atta di sostanza, a quel ruolo formativo che spesso si arriva a disconoscerle perchè se ne ha paura sotto la spinta di tanti esempi pedagogicamente distruttivi che troppe altre volte ci siamo trovati davanti.
Invece, quando ha la fortuna di misurarsi con aspetti fondamentali della vita civica, la televisione ci ricorda che può essere ancora un mezzo insostituibile.

Roberto Levi


(Tratto da "Il Giornale")
(Nella foto lo scrittore Roberto Saviano)


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postato da Miguel Cervantes; alle 1:59 PM,

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