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Grande Torino, sessant'anni fa il mito si infranse a Superga

Pomeriggio del 4 maggio 1949.
Una pioggerellina inglese, a tratti rallentava, a momenti cadeva un po’ più forte, ma i ragazzi continuavano spensierati a rincorrere il pallone per le piazzette vicino alla Mole e della periferia di Torino.
Un nanetto di portiere si sentiva un corsaro tra i pali come Bacigalupo, lo smilzo faceva l’elegantone giocando di fino alla Gabetto, ma quando stava in difesa diceva d’essere Maroso. Nessuno poteva dire di sentirsi “geniale” come Valentino Mazzola e allora ci si accontentava di fare il Menti, il Loik e andava di lusso anche la parte della riserva, come Tomà che comunque era pur sempre un giocatore del Grande Torino del presidente Feruccio Novo.
Poi ci fu un boato, e Giorgio si mise il pallone sotto il braccio e pensò pensieroso: «Sarà stato solo un tuono?».
Gli altri gli urlarono di rimettere la palla a terra, mentre lui se ne andava trascinandosi la maglietta sudata e un brutto presentimento.
Suo padre, il giornalista della Gazzetta del Popolo Renato Tosatti, era sull’aereo che riportava il Grande Torino da Lisbona, dove i granata, ad un passo dal quinto scudetto consecutivo, in qualità di ospiti davvero graditi erano stati invitati all’addio al calcio del capitano del Benfica, Francisco Ferreira.
«Andai a prendere mio padre al giornale. C’era un sacco di gente fuori, io avevo undici anni, entrai, andai dal capousciere. "Papà è arrivato?", gli chiesi. "Ma non sai che è morto?", mi rispose. Ho saputo così della sua scomparsa…».
Una lama nel piccolo cuore di Giorgio Tosatti, poi diventato anche lui giornalista sportivo, che così ricordava quel pomeriggio assurdo in cui tra le 16,47 e le 17,05 il trimotore Fiat 202 si andò a schiantare sulla basilica di Superga.
Finì così il Grande Torino, in mille pezzi, come i rottami di quell’aereo guidato dal comandante Pier Luigi Meroni, quasi omonimo di quel Gigi Meroni, la 'farfalla granata' che vent’anni più tardi (nel ’67) terminò anch’egli tragicamente il suo volo, investito da un’auto – dopo un derby stravinto con la Juventus grazie alle sue magie –, che per ironia della sorte era guidata dal giovane Tilli Romero, futuro presidente del Torino.
Eterno destino crudele della più celebre e ammirata delle squadre spezzate.
Quel 4 maggio Torino si fermò, come il cuore di quei diciotto angeli caduti in volo.
In quell’ultimo viaggio, come sempre, li accompagnò il loro allenatore, il 'filosofo' ungherese Egri Erbstein, l’ebreo errante che era riuscito a sfuggire ai lager nazisti e che vide la sua fine accanto alla cupola di una chiesa cristiana. Morì in un abbraccio ideale con i suoi eroi della domenica, quei fantastici ragazzi che dopo la guerra avevano ridato dignità a questo Paese, anche grazie al calcio. Ognuno di loro portava nella valigia da trasferta la foto di una ragazza, di un figlio, un crocifisso per pregare quel buon Dio che aveva reso quella squadra un’entità di sovrumana bellezza. Soltanto il cielo poté dominare quella che in terra e su tutti i campi di calcio era la squadra più ammirata e temuta d’Italia e per il popolo torinista «la più forte del mondo».
Ma era bastato un po’ di pioggia, quella nebbia fine come una benda sugli occhi del pilota o forse un guasto tecnico, per farla sparire? Chissà…
Le parole tra noi e quegli eroi ormai sono sempre più leggere, rarefatte, e di quel pomeriggio rimane la voce stridula e commossa del cinegiornale Incom che tragico informava: «Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga».
Il cielo continuava a piangere lacrime lente, le stesse che scendevano sul viso sconvolto di Sauro Tomà, uno dei pochi calciatori sopravvissuti (si salvò anche il 2° portiere Renato Gandolfi e il presidente Novo che non partirono).
Oggi Tomà ha 83 anni, ma non passa giorno che la sua mente non vada a Superga.
«Mi sono salvato perché ero infortunato e non presi parte a quella trasferta e dentro di me ho sempre provato un grande sospiro di sollievo per averla scampata, ma anche un umano senso di colpa… Quel giorno sono morto un po’ anche io con i miei compagni. Non potrò mai dimenticare l’affetto e le premure che aveva per me Valentino Mazzola, il più grande giocatore che abbia mai visto su un campo di calcio. Ciò che mi ha consolato in tutti questi anni è il fatto di risentire ancora le loro voci ogni volta che passo davanti al Filadelfia. L’hanno abbattuto quello stadio, ma le anime di quei ragazzi vivono ancora lì dentro e tornano in vita ogni volta che qualche tifoso mi ferma proprio lì davanti all’ingresso del campo e mi chiede di raccontare di loro, del Grande Torino».
Ha scritto Indro Montanelli: «Il Torino non è morto, è soltanto in trasferta».
È la sensazione che da sempre alberga in Franco Ossola, lo storico di quella squadra leggendaria. Porta il nome di suo padre, la grande ala sinistra, che non ha mai conosciuto.
Il giorno che Ossola partì per Lisbona sua moglie Piera stava per dirgli che era in attesa del loro secondogenito (Daniela la primogenita è morta a soli ventitré anni). «Mia madre voleva dirgli che stava per arrivare il figlio maschio che tanto desiderava e nell’ultima telefonata, la sera del 3 maggio, gli fece intuire che quel sogno si stava per realizzare. Io sono nato all’inizio del ’50 e tutto quello che ho saputo e che ho scritto nei libri dedicati al Grande Torino è stato un lavoro di ricerca per cercare di dare un senso alla storia di mio padre e per provare a tenere unite tutte le famiglie dei suoi compagni di squadra».
I tanti orfani e vedove che non hanno mai avuto un adeguato risarcimento, anche economico, ma che non sono mai rimasti da soli perché da sessant’anni ci ha pensato il calore del popolo torinista a ricordargli che quegli angeli volano ancora sopra le nuvole di Superga.
Ogni 4 maggio quella marcia granata, che anche all’indomani della retrocessione in serie B contava cinquantamila fedelissimi, sale su per la collina per non mancare alla Santa Messa (anche lunedì prossimo, appuntamento alle ore 17).
Dal 1975, ad officiarla è sempre don Aldo Rabino. «L’atmosfera che si respira in questo giorno è qualcosa difficile da spiegare, bisogna provarla. Quello che meraviglia è la grande presenza dei giovani che arrivano costantemente alla basilica, anche durante l’anno, in un pellegrinaggio silenzioso e commosso. Ogni tifoso del Torino da allora è come se passasse il testimone al proprio figlio, alla generazione che verrà, con un messaggio che arriva direttamente dal cuore e che li invita a ricordare e a fare in modo che la memoria sia sempre viva intorno a quei ragazzi che rappresentavano molto di più di una squadra di calcio.
Il Grande Torino nel tempo ha acquisito un valore culturale che insieme al senso della sofferenza per la perdita, è parte integrante dell’essere tifoso granata. Un tifoso che vive tutto con estrema passione e nel rispetto della storia che vuol dire tradizione, il massimo valore di civiltà da conservare ad ogni costo per tenere vivo questo sport e la fede per una squadra».
Una fede viva per una squadra che è ancora presente.
Non è un caso che ogni 4 maggio si entra nella basilica di Superga con il sole e si esce con quel cielo che piange lentamente le sue lacrime.
Ma sono lacrime di speranza e ha ragione Bruno Slawitz: «Il Torino non è morto. È ancora davanti a noi, vivo, splendente per le cento e cento vittorie, autentico inno alla giovinezza. Non muore mai chi lascia così ampia eredità di affetti».


Massimiliano Castellani
(Tratto da Avvenire.it - Nella foto la squadra del Grande Torino)

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postato da Miguel Cervantes; alle 7:05 PM,

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