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Nell'era della crisi energetica, il ricorso allo "sporco" carbone

In tempi di ricerca sempre più affannosa di nuove fonti energetiche ecologicamente ed economicamente sostenibili, si riscoprono vecchie conoscenze che, per malizia o negligenza dei media e per superficialità o disinteresse della società, nell'immaginario collettivo appartenevano ormai quasi al passato.
Il passato in questione è quello che va dalla prima industrializzazione al primo dopoguerra. E la vecchia conoscenza è nient'altro che il carbone.
Un passato problematico, sporco, pieno di sofferenza e di disagi sociali, ma anche un passato che aveva grandi ambizioni e offriva quelle prospettive di qualità di vita che ci hanno portato al mondo odierno.
Il carbone ne è stato il carburante principale.
Ma oggi?
Ad alcuni apparirà un dato inaspettato: il carbone soddisfa al meno 20% del fabbisogno energetico primario dei paesi più sviluppati e anche molto di più per quanto riguarda gli altri.
In tempi di crisi per il petrolio e per il gas naturale, crisi essenzialmente dovuta all'entità delle riserve note e stimate oltre che alle questioni politiche, il carbone ritorna prepotentemente in auge grazie al suo basso costo sul mercato e alla sua grande disponibilità.
E' quest'ultimo il vero motivo del suo rinnovato successo: secondo stime equilibrate, infatti, ce ne sarebbe a sufficienza per almeno un altro secolo.
Nonostante che i suddetti fattori giochino a suo favore , il carbone è visto come pericoloso e sporco, uno spettro grigio che ha imbrattato di caligine il nostro passato e che si protende sul futuro offrendo ben poche garanzie di "pulizia".
I problemi legati allo sfruttamento del carbone sono tre: il dissesto ambientale nei siti di estrazione e la salute dei lavoratori; l'inquinamento da polveri, metalli pesanti e altre sostanze in prossimità delle centrali e dei siti estrattivi, oltre che lungo le vie di trasporto, l'immissione di grandi quantità di CO2 nell'atmosfera a seguito della combustione.
Il primo aspetto problematico non può trovare soluzione se non in una migliore gestione delle miniere e del lavoro ad esse correlato. Dunque, è un problema che dovrebbe stimolare un grande impegno politico-sociale.
Per quanto riguarda invece l'inquinamento diretto prodotto dalle centrali, esistono tecnologie parzialmente in grado di abbatterlo. E' possibile, infatti, eliminare la totalità degli ossidi di azoto (NOx) e dello zolfo dai fumi di scarico, nonchè abbattere le polveri sottili fino alla famigerata PM10.
Il vero problema sono le polveri ultrasottili, le PM02, che non sono intercettabili al 100% e che trasportano inquinanti fino a centinaia di Km lontano dalla centrale.
Non può altresì essere preso alla leggera l'impatto ambientale e sociale dell'industria estrattiva e del trasporto del prodotto, che mette a rischio la salute di milioni di lavoratori e contamina vastissime aree nel mondo.
L'impatto di questi fattori sarebbe oggi certamente contenibile se venissero adottate le ultime tecnologie disponibili e se si investissero maggiori capitali nella ricerca.
Purtroppo, però l'industria del carbone è in gran parte molto datata e si rivela quasi sempre restìa a investimenti e ristrutturazioni.
Il terzo aspetto problematico è quello delle emissioni di CO2.
A parità di energia prodotta, il carbone è la fonte più inquinante in termini di contaminazione ambientale e di produzione di gas serra.
Oggi molte sono le tecnologie, quasi tutte ancora in fase sperimentale, che promettono di sequestrare la CO2 evitandone la dispersione in atmosfera. Tra queste, le più evolute e promettenti sono. il sequestro geologico; il sequestro oceanico; la conversione in composti carbonati stabili e non volatili.
Purtroppo ad oggi gli effetti collaterali e le difficoltà tecnologiche correlati alle tre tecniche non ne consentono l'applicazione su scala industriale, cosicchè le prospettive di futuri sviluppi sono nebbiose.
Alla soluzione del sequestro della CO2 si aggiunge la possibilità di pretrattare il carbone, mediante processi di gassificazione o di scissione in carbonio e idrogeno, la qual cosa ottimizza la resa energetica minimizzando le emissioni.
Nonostante i pretrattamenti, queste ultime però permangono a livelli troppo elevati e non ecostostenibili.
La politica mondiale sembra oggi molto attratta dall'idea del "carbone pulito" e appaiono già i primi incentivi di Stato alla realizzazione di nuove centrali innovative, come nel Regno Unito e negli USA. Anche i paesi in via di sviluppo, magari dotati di grandi giacimenti carboniferi come la Cina, corrono in questa direzione senza porre particolare attenzione alle problematiche sociali e ambientali.
La scienza saprà dare delle risposte adatte a uno scenario di sviluppo sostenibile?
In teoria è possibile, ma dipenderà dall'entità degli investimenti nelle nuove soluzioni attualmente in sperimentazione.
Umberto Vitale

(Ingegnere biomedico, dottore di ricerca in Bioingegneria al Politecnico di Milano)
-Articolo tratto dal quotidiano "Calabria Ora"; nella foto una centrale a carbone -

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postato da Miguel Cervantes; alle 12:06 AM,

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